La casa torna a essere la questione sociale d’Europa. Secondo l’indice Eurostat dei prezzi delle abitazioni, nel quarto trimestre 2025 i prezzi nell’Unione sono cresciuti del 5,4% rispetto a un anno prima. È il ritmo più alto dal 2022, e la geografia degli aumenti coincide in buona parte con quella delle proteste per il caro-affitti degli ultimi anni.
In testa ci sono l’Ungheria (+20,8%), il Portogallo (+18,9%), la Croazia (+15,9%) e la Spagna (+12,9%). In calo soltanto Finlandia (-2,6%) e Lussemburgo (-0,1%). L’Italia cresce del 4,0%, sotto la media europea.
Dieci anni di prezzi: l’eccezione italiana
Il confronto di lungo periodo spiega perché il +4,0% italiano va letto con attenzione. Dal 2015 i prezzi delle case nell’Unione sono cresciuti di circa due terzi (indice 165 nel 2025, base 2015 = 100); in Spagna dell’87%. In Italia l’indice è rimasto sotto 100 fino al 2019 e solo dal 2021 ha iniziato a salire, arrivando a 118.
In termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione, le case italiane valgono ancora meno di dieci anni fa. È un dato che pesa sul patrimonio delle famiglie — per le quali la casa è la principale forma di ricchezza — ma che ha reso l’Italia, almeno fuori dalle grandi città, uno dei mercati più accessibili d’Europa.
La vera emergenza sono gli affitti
Il dato nazionale, però, nasconde il problema dove è più acuto: nelle città universitarie e turistiche i prezzi e soprattutto gli affitti crescono molto più della media, spinti dalla scarsità di offerta e dalla concorrenza degli affitti brevi. Per le amministrazioni locali la leva più efficace resta l’offerta: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, edilizia sociale, regole sugli usi turistici degli immobili.