C’è un indicatore che fotografa meglio di molti altri la condizione dei giovani in Europa: l’età media alla quale si lascia la casa dei genitori. Eurostat l’ha aggiornato ad aprile con i dati 2025, e per l’Italia il risultato è lo stesso da quindici anni: 30,2 anni, quasi quattro in più della media dell’Unione (26,3).
Solo la Croazia (31,5), la Grecia e la Slovacchia (30,9) fanno peggio; la Spagna è alla pari con l’Italia (30,2). All’estremo opposto i Paesi nordici: in Finlandia si esce di casa a 21,3 anni, in Danimarca a 21,8, in Svezia a 23,1.
Un divario con radici profonde
La serie storica dice che non si tratta di un effetto delle crisi recenti. Nel 2010 l’età media italiana era 29,7 anni; è salita oltre i 30 nel 2014 e da allora oscilla tra 29,9 e 30,2. Anche la media europea è sostanzialmente ferma, intorno ai 26,3 anni. La distanza tra l’Italia e l’Europa, in altre parole, è strutturale.
Le cause sono note e si rafforzano a vicenda: ingresso tardivo nel mercato del lavoro, salari d’ingresso bassi, contratti temporanei, un mercato degli affitti con poca offerta nelle città dove si concentra il lavoro, un welfare che sostiene la famiglia più che l’individuo. A queste si aggiunge un fattore culturale, la forte coesione familiare, che rende la permanenza in casa meno stigmatizzata che altrove.
Le conseguenze demografiche
Uscire di casa tardi significa formare una coppia e avere figli più tardi. Non è un caso che i Paesi con l’età di uscita più alta — Italia, Spagna, Grecia, Croazia — siano anche tra quelli con la fecondità più bassa d’Europa. Politiche per la casa e per il primo impiego sono, di fatto, anche politiche demografiche.