Il 22 aprile Eurostat ha pubblicato la prima notifica dei conti pubblici 2025. Per l’Italia i numeri raccontano due storie diverse. La prima è positiva: il deficit scende al 3,1% del PIL, dal 3,4% del 2024 e dal 7,1% del 2023, ed è ora allineato alla media dell’Unione (3,1%). La seconda è meno rassicurante: il debito sale al 137,1% del PIL, dal 134,7% dell’anno prima.
L’Italia resta così 2ª su 27 nell’Unione per rapporto debito/PIL, dietro la sola Grecia (146,1%), che però continua a ridurlo rapidamente: era al 183,2% nel 2019.
Perché il debito sale se il deficit scende
La contraddizione è solo apparente. Il rapporto debito/PIL dipende dal deficit, ma anche dalla crescita nominale dell’economia e da operazioni che non passano per il deficit: in Italia pesano ancora i crediti d’imposta dei bonus edilizi, contabilizzati nel deficit degli anni in cui sono maturati ma pagati negli anni successivi attraverso minori entrate e fabbisogno di cassa. Con una crescita nominale di qualche punto percentuale, un deficit del 3% non basta a far scendere un debito che supera il 130% del PIL.
Il confronto con la Francia è istruttivo: debito al 115,6% (era al 98,2% nel 2019) e deficit ancora al 5,1%. Parigi ha peggiorato i conti più di Roma dopo la pandemia; la Spagna, al contrario, porta il deficit al 2,4% con un debito di poco superiore al 100% del PIL.
Il contesto: tassi più alti dopo Hormuz
Il dato arriva in un momento delicato. Dall’inizio della crisi energetica di marzo i rendimenti dei titoli di Stato europei sono saliti, e ogni punto di tasso in più, trasferito progressivamente sullo stock di debito, pesa sulla spesa per interessi. Con un deficit ormai sotto controllo, il margine di manovra dell’Italia dipende soprattutto da due variabili che il governo controlla solo in parte: la crescita e il costo del finanziamento.