L’industria europea ha attraversato il primo semestre del 2026 senza crolli, ma senza ripresa. Secondo gli indici Eurostat della produzione industriale, destagionalizzati e con base 2021 = 100, a giugno l’Italia era a 93,5, in calo dal 94,5 di maggio e sostanzialmente allo stesso livello di un anno prima (94,0). Rispetto a gennaio 2024 (95,0), la produzione industriale italiana è più bassa dell’1,6%.
La situazione è più difficile in Germania: 91,9 a giugno, con un punto basso di 90,6 a marzo, il mese dello shock energetico. La Francia (103,5) e la Spagna (104,0) restano invece sopra i livelli del 2021.
Dove soffre l’Italia
La scomposizione per raggruppamenti principali di industrie mostra dove si concentra la debolezza italiana. A giugno, rispetto a giugno 2025, calano i beni di consumo (-3,2%) e i beni intermedi (-1,0%), questi ultimi i più esposti ai costi energetici; crescono leggermente i beni strumentali (+0,8%) e l’energia (+0,9%).
Il calo dei beni di consumo è il segnale più preoccupante: riflette la debolezza della domanda delle famiglie, italiane ed europee, erosa dall’inflazione energetica. Moda, arredo e beni per la casa — punti di forza della manifattura italiana — sono i comparti più sensibili.
Le prospettive
Con la fine del conflitto e il graduale calo dei prezzi di petrolio e gas, il secondo semestre potrebbe portare un sollievo sui costi. Resta però un problema strutturale: la produzione industriale italiana è in calo lento dal 2023 e il divario con Spagna e Francia si è ampliato. Politiche industriali, costo dell’energia e investimenti in automazione restano i nodi per la competitività della manifattura.