I dati di marzo sono i primi a incorporare per intero lo shock petrolifero seguito alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Nell’area euro l’inflazione armonizzata sale al 2,6% dall’1,9% di febbraio. Il motore è uno solo: l’energia, che in un mese passa da -3,1% a +5,1% su base annua.
In Italia l’effetto, per ora, è più contenuto: inflazione all’1,6% e componente energetica ancora negativa (-2,1%). Ma è un’illusione ottica: un anno fa, a marzo 2025, l’energia in Italia stava crescendo del 2,7%, e il confronto annuo parte quindi da una base alta. Rispetto a febbraio, i prezzi italiani nel complesso sono saliti dell’1,7% in un solo mese.
Alimentari, il secondo fronte
Accanto all’energia pesano gli alimentari, che in Italia accelerano al 2,7% (dal 2,5% di febbraio) mentre nell’area euro rallentano al 2,4%. Il rischio, già visto nel 2022, è che i rincari di gasolio, trasporti e fertilizzanti si trasferiscano ai prezzi del carrello con qualche mese di ritardo.
Il paradosso italiano
Il dato di marzo contiene un paradosso: l’Italia, più dipendente dal gas di altri grandi Paesi europei, mostra un’inflazione energetica ancora negativa. Una spiegazione plausibile sta nei tempi di adeguamento di bollette e contratti: una parte dei rincari all’ingrosso arriva nei prezzi al consumo con uno o due mesi di ritardo, e il confronto annuo parte da una base elevata. Se le quotazioni di petrolio e gas resteranno ai livelli di marzo, aprile potrebbe essere il mese in cui l’Italia raggiunge — e supera — l’area euro.