A settembre 2026 l’inflazione nell’area euro è salita al 3,8%, dal 3,2% di agosto e dal 2,2% di un anno prima. È il valore più alto da settembre 2023, quando l’indice armonizzato segnava il 4,3%. In Italia la corsa è stata più rapida: i prezzi al consumo sono cresciuti del 4,2% su base annua, un punto in più rispetto ad agosto, quando Italia e area euro erano appaiate al 3,2%.
I dati definitivi pubblicati da Eurostat il 16 ottobre confermano che la spinta viene quasi tutta dall’energia. A febbraio, prima dello shock sui prezzi del petrolio e del gas, l’inflazione italiana era all’1,5% e quella dell’area euro all’1,9%, entrambe sotto l’obiettivo del 2% della Banca centrale europea. In sette mesi il quadro si è capovolto.
Il massimo da tre anni
Il profilo degli ultimi mesi ricorda, in scala ridotta, quello del 2022. Allora l’inflazione dell’area euro arrivò al 10,6% e quella italiana al 12,6% nell’ottobre di quell’anno, trascinate dai prezzi di elettricità e gas. Dopo il rientro del 2023, per oltre due anni i prezzi sono cresciuti a ritmi vicini al 2%, e in Italia spesso sotto: tra la fine del 2023 e l’inizio del 2026 l’inflazione italiana è rimasta tra lo 0,6% e il 2,1%.
Da marzo la tendenza è cambiata. In area euro l’indice è passato dall’1,9% di febbraio al 2,6% di marzo, al 3,0% di aprile e al 3,2% di maggio; dopo un rallentamento a giugno è risalito fino al 3,8% di settembre. In Italia il salto di aprile è stato più marcato (dall’1,6% al 2,8%) e quello di settembre lo ha riportato sopra la media dell’area euro, con uno scarto di 0,4 punti.
Sedici Paesi su ventisette in accelerazione
Il rialzo riguarda gran parte dell’Unione. Nella UE a 27 l’inflazione media è al 3,8%, dal 2,6% di settembre 2025. In sedici Paesi il tasso è più alto di un anno fa, in nove è più basso e in due (Malta e Paesi Bassi) è invariato. I valori più elevati si registrano in Romania (6,5%), che però arriva da un 8,6%, in Lituania (6,1%) e in Bulgaria (5,6%). All’estremo opposto ci sono la Svezia (1,0%), l’Ungheria e la Danimarca (entrambe al 2,1%).
Tra le grandi economie la Spagna è al 5,0%, la Francia al 3,4% e la Germania al 3,3%. La variazione più ampia è quella francese: un anno fa i prezzi crescevano dell’1,1%. L’Italia, con il 4,2%, è il decimo Paese dell’Unione per livello di inflazione e, rispetto a settembre 2025, ha registrato un aumento di 2,5 punti: il terzo più ampio dell’Unione, dopo quelli di Cipro, passata dallo 0,0% al 5,2%, e della Grecia, dall’1,8% al 5,1%.
Energia: in Italia pesano luce e gas
La scomposizione per voci di spesa mostra dove nasce la differenza tra l’Italia e il resto dell’area euro. I prezzi dell’energia sono aumentati del 22,6% in un anno in Italia e del 18,9% nell’area euro. A febbraio, nello stesso confronto annuo, erano in calo rispettivamente del 6,6% e del 3,1%.
Sui carburanti e sui combustibili liquidi l’aumento è generalizzato e anzi più forte fuori dall’Italia: +27,2% da noi, +33,8% nell’area euro, intorno al 37% in Germania e in Francia. La vera differenza è nella voce che comprende elettricità, gas e calore: in Italia sale del 19,1%, contro il 6,9% dell’area euro, il 7,3% della Francia e il 9,9% della Spagna. In Germania, invece, questa voce è ancora in calo del 4,2% sull’anno. Vi contribuisce il peso del gas nella produzione elettrica italiana, che lega il prezzo dell’elettricità a quello del gas e trasferisce rapidamente sulle bollette le variazioni all’ingrosso.
Fuori dall’energia, l’Italia resta tranquilla
Escludendo energia, alimentari, alcolici e tabacchi, l’inflazione di fondo italiana è all’1,9%, contro il 2,5% dell’area euro, il 2,5% della Germania e il 3,5% della Spagna. I servizi crescono del 2,5% (3,2% nell’area euro) e i beni industriali non energetici appena dello 0,6%. Gli alimentari, alcolici e tabacchi compresi, aumentano dell’1,9%, più della media europea (1,3%) ma meno di un anno fa.
In altre parole, il 4,2% italiano è in larga parte un’inflazione importata, legata al costo dell’energia, e non il risultato di una spinta diffusa su salari e servizi. Questo la rende più sensibile a un’inversione dei prezzi di petrolio e gas, ma non meno pesante per le famiglie: la componente energetica riguarda spese difficili da comprimere, come il riscaldamento, la luce e il carburante, e colpisce di più chi ha redditi bassi. Con i salari orari italiani già tornati a crescere meno dei prezzi nel secondo trimestre, un’inflazione sopra il 4% allunga la perdita di potere d’acquisto.
I prossimi dati diranno se settembre è stato il picco. La stima preliminare di ottobre per l’area euro, attesa tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, coprirà il primo mese della stagione di riscaldamento, quando il peso del gas sui bilanci familiari aumenta.