Dopo un anno in cui la crisi nello Stretto di Hormuz ha riportato petrolio e gas al centro dell’agenda europea, i dati Eurostat sul 2025 misurano quanta strada abbia fatto l’alternativa. Nell’Unione le fonti rinnovabili hanno coperto il 26,2% dei consumi finali lordi di energia, dal 25,2% del 2024 e dal 17,8% del 2015.
L’Italia è al 20,5%, 19ª su 27, in crescita di oltre un punto rispetto al 2024 (19,4%) ma ancora lontana dall’obiettivo europeo del 42,5% al 2030. In testa la Svezia (65,4%), la Finlandia (53,0%) e la Danimarca (48,2%); in coda il Belgio (14,9%).
Elettricità sì, calore e trasporti no
Il dato complessivo nasconde andamenti molto diversi. Nella produzione elettrica le rinnovabili coprono in Italia il 43,5% dei consumi, dieci punti in più rispetto al 2015, grazie soprattutto alla crescita del fotovoltaico. La media europea è però salita più in fretta, fino al 49,9%, e dal 2021 ha superato l’Italia.
Il ritardo italiano è ancora più marcato nel riscaldamento e nei trasporti, dove le rinnovabili restano intorno al 20% e al 10%: pesano un parco edilizio vecchio e riscaldato in larga parte a gas e la lenta diffusione dell’auto elettrica. È qui che si decide la dipendenza dalle importazioni di idrocarburi che la crisi di Hormuz ha reso così costosa.
La lezione del 2026
Nei Paesi con la quota più alta di rinnovabili elettriche il prezzo del gas pesa meno nella formazione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità, e questo attenua l’effetto di shock come quello della primavera 2026. Per l’Italia, che importa la gran parte del gas che consuma, accelerare su rinnovabili, reti e accumuli non è solo un obbligo climatico: è una politica di sicurezza economica.