Nel secondo trimestre del 2026 il costo orario del lavoro in Italia è cresciuto del 2,2% rispetto a un anno prima, contro il 3,2% dell’Unione europea e il 3,1% dell’area euro. Le stime Eurostat pubblicate a metà settembre collocano l’Italia nella parte bassa della classifica: tra i 26 Paesi con dati disponibili solo la Romania (1,8%), la Francia e il Lussemburgo (entrambi al 2,1%) fanno meno.
Il dato pesa di più perché arriva nel trimestre in cui lo shock energetico ha riportato l’inflazione italiana al 3,0%. La componente salariale del costo del lavoro, le retribuzioni lorde per ora lavorata, è salita del 2,1%: per la prima volta dal terzo trimestre del 2023 i salari orari crescono meno dei prezzi.
Un trimestre sotto la media europea
La crescita del costo del lavoro è più forte nei Paesi dell’Europa centro-orientale, dove i livelli salariali di partenza sono più bassi: Bulgaria (9,9%), Lituania (9,6%) e Croazia (9,4%) guidano la classifica. Tra le grandi economie la Spagna segna il 4,3%, la Germania il 3,0%, la Francia il 2,1%.
In Italia le due componenti dell’indice si muovono in modo simile: le retribuzioni orarie crescono del 2,1%, i costi non salariali (in gran parte contributi sociali a carico dei datori di lavoro) del 2,5%. Nell’area euro gli stessi valori sono 3,0% e 3,2%. Il rallentamento italiano è netto rispetto al primo trimestre, quando le retribuzioni orarie erano cresciute del 2,7%, e ancora di più rispetto al 2024, quando avevano toccato il 4,4% nel terzo trimestre.
Dopo due anni di recupero, di nuovo sotto i prezzi
Il confronto con l’inflazione spiega perché il dato conta. Nel 2022 e nella prima metà del 2023 i prezzi al consumo in Italia sono cresciuti a ritmi tra il 6% e il 12,5% annuo, mentre le retribuzioni orarie aumentavano tra lo 0,7% e il 2,4%. Dalla fine del 2023, con l’inflazione scesa intorno all’1-2%, i salari hanno iniziato a recuperare: per dieci trimestri consecutivi la loro crescita è stata superiore a quella dei prezzi.
Nel secondo trimestre del 2026 il rapporto si è invertito di nuovo. L’inflazione armonizzata italiana è passata dall’1,3% del primo trimestre al 3,0% (2,8% ad aprile, 3,2% a maggio, 3,0% a giugno), trainata dall’energia, mentre le retribuzioni orarie hanno rallentato al 2,1%. Nell’area euro, dove i salari crescono del 3,0% e i prezzi del 3,0%, il potere d’acquisto orario è rimasto sostanzialmente invariato.
Cinque anni: il potere d’acquisto perso non è tornato
Il recupero del 2024-2025 non è bastato a chiudere il divario aperto dalla fiammata dei prezzi. Tra il secondo trimestre del 2021 e il secondo trimestre del 2026 le retribuzioni orarie in Italia sono aumentate del 13,7%, i prezzi al consumo del 22,4%. In termini reali il salario orario medio vale il 7,1% in meno di cinque anni fa.
È il calo più ampio tra i 26 Paesi dell’Unione per cui i dati sono disponibili. Seguono la Cechia (−5,7%) e Malta (−4,6%), poi la Francia (−2,7%). Nell’area euro nel suo complesso le retribuzioni orarie (+22,7%) hanno quasi tenuto il passo dei prezzi (+23,5%), con una perdita reale dello 0,6%; nell’UE la perdita è dell’1,1%. La Germania è tornata in pari (+0,1%), mentre nell’Europa orientale la convergenza salariale ha prodotto guadagni reali consistenti, dal +36,2% della Bulgaria al +16,8% della Polonia.
Cosa aspettarsi
La differenza con il resto d’Europa non dipende da un singolo anno. Nella fase di inflazione alta i salari italiani sono cresciuti meno che altrove, anche perché la contrattazione nazionale adegua le retribuzioni con ritardo rispetto ai prezzi. Il recupero successivo è stato reale ma parziale, e il nuovo aumento dell’inflazione legato all’energia rischia di interromperlo.
I prossimi dati trimestrali diranno se il secondo trimestre è stato una parentesi o l’inizio di una nuova fase di erosione. I segnali dell’estate non sono incoraggianti: secondo le stime Eurostat l’inflazione italiana è rimasta al 2,9% a luglio ed è salita al 3,2% ad agosto, mentre nel secondo trimestre le retribuzioni orarie non mostravano segni di accelerazione. Senza un rallentamento dei prezzi dell’energia, anche il terzo trimestre rischia di chiudersi con salari reali in calo.