L’occupazione femminile in Italia non è mai stata così alta: nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra 20 e 64 anni ha raggiunto il 58,0%, quasi nove punti in più del 49,2% del 2010. Eppure l’Italia resta ultima su 27 Paesi dell’Unione, dietro la Romania (59,5%) e la Grecia (62,3%), a 13,3 punti dalla media europea (71,3%).
In Estonia lavora l’81,4% delle donne, in Lituania l’80,3%, in Svezia e Paesi Bassi quasi l’80%. In Germania il 77,7%, in Francia il 72,6%, in Spagna il 67,6%.
Un divario di genere che si riduce lentamente
Tra gli uomini italiani il tasso di occupazione è al 77,1%, non lontano dalla media europea (80,9%). Il ritardo del Paese sull’occupazione, quindi, è quasi interamente femminile. Il divario di genere è sceso da 22,7 punti nel 2010 a 19,1 nel 2025, ma resta il doppio di quello europeo (9,6 punti).
Il paradosso è evidente se si confronta questo dato con quello sull’istruzione: le giovani italiane si laureano molto più dei coetanei maschi, ma entrano meno nel mercato del lavoro. Pesano la carenza di servizi per l’infanzia, soprattutto al Sud, il carico di cura familiare che ricade quasi interamente sulle donne e la diffusione del part-time involontario.
Il potenziale nascosto
Se l’Italia raggiungesse la media europea di occupazione femminile, lavorerebbero circa due milioni di donne in più. È la più grande riserva di crescita del Paese, in un momento in cui l’invecchiamento della popolazione riduce ogni anno il numero delle persone in età da lavoro. Asili nido, congedi parentali condivisi e servizi di cura per gli anziani non sono solo politiche sociali: sono politiche per la crescita.