Da quando la crisi nello Stretto di Hormuz ha fatto ripartire l’inflazione, i mercati si sono convinti che i tassi europei resteranno alti più a lungo. Il segnale più chiaro arriva dai titoli di Stato: secondo le medie mensili pubblicate da Eurostat, ad aprile il rendimento del Btp a dieci anni è salito al 3,82%, dal 3,39% di febbraio. Il Bund tedesco ha raggiunto il 3,00%, un livello che non vedeva da oltre un decennio.
La buona notizia per l’Italia è che la salita è stata generale. Lo spread Btp-Bund si è mosso poco: 82 punti base ad aprile, contro 64 a febbraio e 119 a gennaio 2025. E il Paese con cui l’Italia viene più spesso confrontata, la Francia, paga ormai quasi quanto Roma: il suo differenziale con la Germania è di 73 punti.
Cosa significa per i conti pubblici
Con un debito al 137% del PIL, il livello dei tassi conta più dello spread. Un rendimento medio all’emissione intorno al 3,8% è superiore al costo medio del debito in circolazione, che si è formato in anni di tassi bassi: ogni asta a questi livelli aumenta gradualmente la spesa per interessi. L’effetto non è immediato — la vita media del debito italiano è di circa sette anni — ma cumulativo.
Per famiglie e imprese la trasmissione è più rapida: i rendimenti dei titoli di Stato sono il riferimento per i tassi fissi di mutui e prestiti. Chi deve stipulare un mutuo a tasso fisso in primavera lo farà a condizioni meno favorevoli di quelle di inizio anno.