L’Italia, nel suo insieme, vale il 98% della media europea in termini di PIL per abitante a parità di potere d’acquisto (PPS): un dato che, preso da solo, racconta un Paese nella media. Ma la media nasconde due Italie. Secondo le stime regionali pubblicate da Eurostat a febbraio 2026, nel 2024 la Provincia autonoma di Bolzano si colloca a 161 (UE = 100), la Lombardia a 132, mentre la Calabria è ferma a 57, la Campania e la Puglia a 64, la Sicilia a 61.
Tradotto: a parità di potere d’acquisto, un abitante di Bolzano genera in media 2,8 volte il valore prodotto da un abitante della Calabria.
Dieci anni senza convergenza
Il dato più preoccupante non è la distanza, ma la sua stabilità. Nel 2014 la Calabria era a 59, oggi è a 57; la Campania è passata da 63 a 64, la Puglia da 63 a 64. In un decennio che ha visto una pandemia, il PNRR e una ripresa dell’occupazione, le regioni del Sud hanno guadagnato al massimo uno o due punti rispetto all’Europa.
Qualche segnale positivo c’è: la Sardegna sale da 71 a 73, la Basilicata da 70 a 74. Ma nel frattempo anche regioni del Centro-Nord hanno perso terreno: il Lazio scende da 119 a 113, la Liguria da 106 a 102, il Piemonte resta intorno a 101.
Cosa significa per le politiche pubbliche
La soglia del 75% della media UE è quella che la politica di coesione europea usa per classificare le regioni meno sviluppate. Con i dati 2024, sotto quella soglia restano tutte e otto le regioni del Mezzogiorno tranne l’Abruzzo: Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. È la fotografia di un Paese in cui le risorse per la coesione non sono un capitolo accessorio del bilancio, ma una condizione per tenere insieme il mercato interno.
Per le amministrazioni del Sud la lettura è doppia: il ritardo strutturale resta, ma la stabilità degli ultimi anni dice anche che il divario non si sta allargando. La sfida del ciclo 2021-2027 è trasformare la tenuta in convergenza, misurando i risultati degli investimenti e non solo la spesa.