L’intelligenza artificiale è entrata nelle imprese europee più in fretta di quanto qualsiasi statistica avesse previsto. Secondo l’indagine Eurostat sull’uso delle tecnologie digitali nelle imprese, nel 2025 il 19,9% delle aziende dell’Unione con almeno 10 addetti ha usato almeno una tecnologia di IA: erano il 13,5% nel 2024 e l’8,1% nel 2023.
L’Italia segue la stessa curva ma parte più indietro: 16,4% nel 2025, esattamente il doppio del 8,2% del 2024. È una crescita notevole, che però non basta a colmare la distanza: il nostro Paese è 18° su 27 nella classifica europea, dietro Spagna (20,3%) e Germania (26,0%).
Il Nord Europa corre, il Sud e l’Est rallentano
In testa ci sono i Paesi nordici e il Benelux: Danimarca 42,0%, Finlandia 37,8%, Svezia 35,0%, Belgio 34,5%, Lussemburgo e Paesi Bassi sopra il 33%. In coda, economie con un tessuto produttivo di piccole imprese o in ritardo digitale: Romania 5,2%, Polonia 8,4%, Bulgaria 8,6%, Grecia 8,9%.
Per l’Italia il nodo è noto: il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e resta fuori perfino da questa statistica. Tra quelle più strutturate, l’adozione dell’IA procede soprattutto nei servizi di informazione e comunicazione e nelle grandi imprese; una parte del salto del 2025 è verosimilmente legata alla diffusione dell’IA generativa, che abbassa la soglia d’ingresso tecnica ma non quella organizzativa.
Perché conta per la Pubblica Amministrazione
Le imprese che adottano l’IA chiedono competenze nuove e interlocutori pubblici capaci di dialogare con processi digitalizzati: procedure di gara, controlli, servizi alle imprese. La distanza dall’Europa non è solo un tema di competitività privata, ma di capacità amministrativa. Il dato del 2025 dice che il ritardo italiano non è una questione di interesse — la crescita c’è — ma di scala: servono competenze e investimenti che le piccole imprese da sole difficilmente sostengono.