Per la prima volta da quasi vent’anni la disoccupazione italiana è praticamente allineata alla media europea: nel 2025 il tasso è al 6,1%, contro il 6,0% dell’Unione. Nel 2019 era al 9,9%.
Dietro la media nazionale, però, convivono mercati del lavoro lontanissimi. Nella Provincia di Bolzano la disoccupazione è all’1,8%, di fatto piena occupazione; in Lombardia al 3,0%, in Veneto al 3,4%. All’estremo opposto la Campania (13,9%), la Sicilia (12,2%), la Puglia (10,0%) e la Calabria (9,8%).
Il Sud recupera più in fretta
Il confronto con il 2019 racconta una storia meno scontata. La Calabria è passata dal 20,9% al 9,8%, la Sicilia dal 19,9% al 12,2%, la Campania dal 20,0% al 13,9%, la Basilicata dal 10,8% al 5,3%. In punti percentuali, il calo della disoccupazione è stato molto più ampio al Sud che al Nord.
Non tutto il miglioramento, però, è occupazione in più. Una parte riflette l’uscita dalla forza lavoro — chi smette di cercare non è più conteggiato come disoccupato — e l’emigrazione dei giovani verso il Centro-Nord e l’estero. La Puglia, inoltre, registra nel 2025 una risalita (dal 9,3% al 10,0%), come la Sardegna (dall’8,3% al 9,3%): segnali da monitorare.
Cosa significa per le politiche territoriali
Con tassi di disoccupazione ormai bassi al Centro-Nord, il nodo del mercato del lavoro italiano si sposta: al Nord mancano lavoratori, al Sud mancano posti di lavoro di qualità. Politiche attive, formazione e incentivi all’assunzione hanno senso solo se costruiti su questa asimmetria, con obiettivi diversi per territori diversi.