Tre mesi fa, commentando i primi dati sull’impatto della crisi di Hormuz, avevamo osservato che l’Italia mostrava ancora un’inflazione energetica negativa per effetto del ritardo con cui i rincari arrivano in bolletta, e che il sorpasso sull’area euro era probabile. È andata così, con un mese di ritardo rispetto a quanto ipotizzato. Ad aprile l’inflazione italiana è balzata al 2,8%, a maggio al 3,2%, e a giugno si attesta al 3,0%, sopra il 2,8% dell’area euro.
Il motore è l’energia: in Italia i prezzi energetici crescono del 12,9% su base annua, contro l’8,5% dell’area euro, dove il picco è già alle spalle (era al 10,8% a maggio).
La buona notizia: l’inflazione di fondo non si muove
Escludendo energia e alimentari, l’inflazione di fondo italiana è all’1,7%, più bassa di quella dell’area euro (2,4%) e sostanzialmente ferma da mesi. Anche gli alimentari rallentano: +1,8% a giugno, dal 2,9% di aprile. Lo shock, per ora, resta confinato all’energia e non si è trasmesso a salari e servizi, lo scenario che nel 2022 aveva costretto la BCE a una stretta monetaria rapida.
Cosa aspettarsi
Con la firma dell’accordo del 17 giugno che ha chiuso il conflitto, le quotazioni di petrolio e gas hanno iniziato a scendere, ma la riapertura dello Stretto è ancora intermittente. L’esperienza del 2022 insegna che i prezzi al consumo dell’energia scendono più lentamente di quelli all’ingrosso: per l’Italia, un ritorno sotto il 2% difficilmente arriverà prima dell’autunno.